NovAtore.it

 

Homepage

Downloads
Contatti
Links

 

Archivio Renzo Novatore
torna


Novatore: una biografia

Io non intingo le mie parole / nella menzogna;
l'azione è la verifica di ogni uomo.---------------

Pindaro

 

Arcola, La Spezia.

La storia di Abele Ricieri Ferrari (più conosciuto con lo pseudonimo di Renzo Novatore) sembrava scritta già dal giorno della sua nascita, il 12 maggio 1890. La storia di una vita simile a quella di centinaia di contadini che nel paesello si guadagnavano da vivere nei campi e nei vigneti, oppure nelle officine e nei cantieri della vicina Spezia. Già perché il padre di Abele, contadino mezzadro, non aveva dubbi su cosa avrebbe fatto il figlio da grande, e in quel neonato vedeva sicuramente poco più che due preziose braccia utili ad alleviare le sue fatiche quotidiane.
Abele dimostrò presto una vivace intelligenza e una bruciante curiosità. Mentre frequentava la prima classe elementare pare che la lettura dei libri di Pisacane, Salgari, Cattaneo, Barilli, Tolstoj e Cavallotti fossero per lui un impegno giornaliero al quale dedicava molte ore.
In quegli anni si manifestarono i primi segni di ribellione. Ribellione alle prime forme di autorità che generalmente si incontrano nella vita: il padre fra le mura domestiche ed i maestri a scuola. Abele le rifiutò entrambe. Per primi i maestri: il bambino, insofferente al rigido protocollo scolastico dell'epoca e allo scudiscio, finiva sempre rimproverato e relegato al “banco dell'asino”. In pochi mesi si concluse l'avventura scolastica di Abele, ma egli avrebbe continuato a saziare la sua fame di conoscenza e nuovi stimoli con forsennate letture private, grazie ai libri presi in prestito al locale circolo mazziniano che frequentava assiduamente. Si trovava così a contatto, nonostante la giovane età, con l'ambiente e i discorsi degli adulti.
Il padre intanto non si disperò molto della scelta del figlio, anzi.
Abele, nei suoi scritti successivi, rimpiangerà il fatto di non aver vissuto la sua giovinezza come un normale bambino ma, d'altro canto, non riuscirà neanche a trattenere la soddisfazione nel ribadire la sua eterna condizione di anormale, di eccezione fra le misere regole quotidiane dei braccianti. A questo proposito dichiarò: - La gente mi chiamava “il pazzo”; mia madre mi chiamava “lunatico”, mio padre non si curava di me, ed i miei amici parlavano di me con sarcasmo ed ironia chiamandomi per ischerno: “poeta” .
L'ambiente di Arcola pullulava, in quei primi anni del XX secolo, di individui anticlericali, nemici giurati dello Stato e delle sue gerarchie, ostili ad essere incorporati anche in quel Partito Socialista che da un decennio si faceva portavoce delle istanze del proletariato italiano. In una parola: anarchici. Si ritiene che Abele, già frequentatore di circoli liberali e repubblicani, conobbe qualcuno che gli parlò per la prima volta dell'ideale libertario e dell'anarchia, indirizzandolo agli scritti di Malatesta, Kropotkin, Nietzsche, ai canti di Pietro Gori ma soprattutto a Max Stirner e alla sua concezione di individualismo come elevazione dell'Io a meta suprema di colui che egoisticamente si definisce “Unico”. Parole che scolpiranno come potenti ma precise martellate la personalità del futuro Novatore.
Fu dunque una folgorazione, ma d'altronde Abele si dichiarava militante anarchico sin dall'età di quindici anni.
Le nostre scarne fonti tornano a citare il giovane Abele nel 1910. Quell'anno, la notte tra il 15 e il 16 maggio, un incendio distruggeva la chiesa della Madonna degli Angeli ad Arcola. Il mattino seguente il cardinale Pietro Maffi di Pisa avrebbe dovuto celebrare proprio là una importante cerimonia religiosa.
Le indagini dei carabinieri portarono presto all'identificazione di un gruppo di giovani anarchici del posto, tra i quali anche Abele Ferrari, con fama di irrequieto teppistello locale. Mentre Pasquale Binazzi, figura instancabile dell'anarchismo italiano, denunciava sulle pagine del suo giornale Il Libertario un presunto complotto clericale volto a scatenare una repressione generalizzata, Abele era tradotto dagli sbirri nel carcere di Sarzana non senza (ed è bene ricordarlo) aver cercato in tutti modi di evitare la cattura nascondendosi e rendendosi irreperibile per alcune settimane.
Il processo che seguì i fatti dell'incendio alla chiesa vide il giovane anarchico di Arcola scagionato per mancanza di prove, rendendoci così impossibile stabilire se il ragazzo partecipò effettivamente all'azione distruttrice.
Il nome Abele Ferrari ricompare nei capitoli giudiziari relativi alla primavera del 1911, quando è ricercato per furto e rapina. Il giovane ribelle considerava infatti il lavoro salariato soltanto una forma più raffinata di schiavitù, e non era difficile sentirlo esclamare, vedendo un manovale sfinito coperto di sudore e polvere: "Ma è costui un uomo?!". Per questo Abele riteneva lecito, secondo la sua personale filosofia di vita, l'esproprio nei confronti dei più abbienti di ciò che doveva servirgli per la sopravvivenza quotidiana, e usare la forza non era certo un problema. Come scriverà più tardi: - Non sono un mendicante io […] Mi approprio soltanto di tutto ciò che sono autorizzato ad appropriarmi con la mia capacità di potenza.
Per questo Abele non smentirà mai la sua passione per la vita ai margini della società e il suo rispetto per pazzi, vagabondi e delinquenti comuni.
Come sua abitudine il giovane di Arcola si diede alla macchia, rimanendo latitante per alcuni mesi sino a che, il 30 settembre, fu arrestato e deferito all'autorità giudiziaria per atti vandalici.
Probabilmente, ma nessuno può saperlo con precisione, fu proprio in questo periodo che il poeta-bandito conobbe Chiara Emma Rolla, che diventò poi sua moglie e madre di tre figli, uno dei quali morì molto piccolo nell'ultimo anno della Prima Guerra Mondiale. Abele amava Emma di “un amore insuperabile” e molti episodi e testimonianze dimostrano come l'uomo fosse un marito affettuoso e un padre sensibile anche se la sua instancabile, coerente e determinata militanza tra le file anarchiche per la difesa della libertà individuale lo portarono spesso, nella sua breve vita, lontano dalla famiglia. Possono sembrare contraddittorie alcune affermazioni che troviamo in un suo scritto del 1920 e che dipingono l'istituzione famiglia come la “ rinnegazione dell'Amore, della Vita e della Libertà ” o l'amore come “ frode della carne a danno dello spirito, malattia d'anima, atrofizzazione del cervello, sdilinguimento del cuore ”, ma sicuramente colui che si definiva un poeta strano e maledetto, un nichilista perfetto e un ateo radicale percepiva una profonda spaccatura nella sua coscienza tra gli affetti più intimi e la pace interiore contrapposti alla ricerca della libertà totale e al fremito dell'azione.
Abele cominciava anche a scrivere interventi infuocati sui maggiori fogli libertari ed anarchici del Nord Italia come Cronaca Libertaria , Il Libertario , Iconoclasta! , La Testa di Ferro proclamando la sua visione dell'anarchismo in generale e del movimento anarchico italiano, stendendo intimi manifesti del suo stato d'animo e delle sue idee nei confronti della società, della monarchia, dello Stato, della religione e dei partiti, prediligendo componimenti in prosa apertamente ispirati nello stile alle avanguardie letterarie di quel periodo. Abele si firmerà sempre (anche sulla sua stessa rivista) con una serie di pseudonimi di cui il più famoso è sicuramente Renzo Novatore, ma anche Brunetta l'Incendiaria, Sibilla Vane, Mario Ferrento e Andrea del Ferro.
Lo stile di scrittura di Abele si colloca senza dubbio nell'orbita del futurismo, il movimento che intese, agli inizi del ‘900, aggiornare drasticamente il linguaggio espressivo rompendo definitivamente col passato tradizionalista. Ed infatti il futurismo (che interessò anche pittura, architettura e teatro) cercava proprio di creare un nuovo stile aggressivo e spolpato di ogni romanticismo e moralismo, che potesse adattarsi ai tumultuosi eventi di quegli anni e alla modernità che avanzava.
In particolare, i testi di Novatore sono caratterizzati da un uso frequente di metafore liriche che hanno il compito di illustrate lo spirito aristocratico e libero dello scrittore, oppure le descrizioni di figure spregiudicate, soprattutto femminili, in funzione antimoralista ed individualista. L'uso di aggettivi caustici ed insoliti assicura poi un effetto “arrabbiato” alla scrittura che, unito ad un tono sempre contestatore e polemista, dona agli scritti di Abele una forza sufficiente a lasciarsi immediatamente odiare o amare dal lettore.
Novatore sparava a zero nel mucchio omogeneo, come un tiratore scelto dall'alto del suo individualismo e del suo scetticismo altamente cinico nei confronti delle teorie e delle filosofie, compresi il marxismo e il settarismo dei sedicenti “padreterni” dell'anarchia. Molto spesso ai suoi interventi scomodi e, se vogliamo, spocchiosi seguivano lettere di protesta e critiche alle quali Novatore replicava con brani che erano vere e proprie “sferzate”, tanto che a volte si richiedeva l'intervento del direttore del giornale per smorzare i toni della polemica.
1914: anno di illusioni infrante, anno di guerra.
Mentre in Italia si spegnevano gli ultimi echi della “Settimana Rossa”, rossa per lo sciopero generale e i sollevamenti proletari, in tutta Europa la febbre dei moschetti e dei cannoni dilagava tra corti e ministeri. Politici, statisti, teste coronate e consiglieri smaniavano eccitati per dare inizio ad una carneficina “necessaria” che avrebbe dovuto portare alla caduta di imperi e regni secolari, all'affermazione dei nuovi padroni del continente, al riscatto di chi si sentiva ancora sotto il giogo dello straniero. Tristi e minacciose nuvole velenose si addensavano sulla testa di operai ma soprattutto contadini, pronte a risucchiarli e sputarli nella trincea omicida per la (vana)gloria della Patria. I politicanti italiani tentennarono, aspettando un anno prima di gettarsi nella mischia per individuare la fazione migliore insieme alla quale schierarsi, in cambio di concessioni territoriali che alla fine del conflitto non sarebbero state neppure rispettate.
Mentre l'Europa subiva la devastazione del ferro e del fuoco i maggiori partiti politici italiani si spaccavano tra sostenitori dell'interveto o della neutralità, tra manifestazioni di piazza ed accesi dibattiti.
Anche nel movimento anarchico emergevano i contrasti. Alcuni illustri militanti e soprattutto individualisti, per i più svariati motivi, abbandonavano le tradizionali posizioni antimilitariste e antiautoritarie indossando l'elmetto per inebriarsi delle poetiche guerresche di D'Annunzio.
Alcuni...ma non Renzo Novatore. Egli, sin dai primi soffi pestilenziali che sapevano di polvere da sparo, si schierò dalla parte dei disertori e di coloro che giustamente in quello scontro fratricida tra proletari di diverse nazioni non vedevano progresso, onore e conquista ma solo litri e litri di sangue versato inutilmente mentre la situazione per chi fosse riuscito a tornare a casa, magari orrendamente mutilato, non sarebbe cambiata di un millimetro: oppressione, sfruttamento, miseria. Novatore si adoperò subito per imbastire sui giornali anarchici tartassati dalla censura una serie di articoli rabbiosi per insegnare alla gente, alla “plebe” come spregiativamente la chiamava lui, il rifiuto e la negazione del massacro a cui presto sarebbero stati chiamati. È anche verosimile una sua partecipazione ai numerosi comizi itineranti che, di paese in paese, avevano come scopo di parlare direttamente ai contadini per convincerli alla diserzione, col motto “non guerra, ma rivoluzione!”. Infatti in quel periodo Novatore nutriva ancora una certa fiducia nella capacità di organizzazione e determinazione dei lavoratori per rovesciare il sistema monarchico-statale.
Dopo l'entrata in guerra dell'Italia nel maggio 1915 a fianco di Inghilterra, Francia e Impero Russo l'attività antinterventista di Novatore e compagni divenne illegale e pericolosa. Il cerchio delle autorità si strinse inevitabilmente attorno a quei contestatori tanto da impedire loro di fare spesso ritorno alle loro case, continuamente sottoposte a piantonamenti e perquisizioni.
Verso la fine del conflitto i vertici militari cercarono di rimpinguare le divisioni del regio esercito, decimate dalle tattiche ingenue e suicide di ufficiali dementi, schierando anche i giovanissimi (i famosi nati nell'anno 1899) e chi aveva ormai passato l'età di leva o era stato precedentemente congedato. In quest'ultima categoria figurava Novatore, che nel 1912 era già stato giudicato non idoneo a prestare servizio militare.
In quegli oscuri giorni di morte però si vide recapitare la cartolina di precetto. Il 26 aprile 1918 Abele Ferrari, 28 anni, si allontanava senza permesso dal suo reggimento in partenza per il fronte per non farvi più ritorno. In altre parole: diserzione.
Novatore, con altre esperienze di questo tipo alle spalle, sparì dalla circolazione abbandonando anche la sua regione e rifugiandosi presumibilmente in Emilia-Romagna, tra la pianura e gli Appennini reggiani, sopravvivendo nell'ombra di casali abbandonati grazie ad espedienti frugali e all'aiuto di qualche vecchio militante e simpatizzante della causa antimilitarista.
Nel frattempo la legge marziale compiva il suo corso implacabile e veniva tempestivamente emessa una condanna a morte per diserzione ed alto tradimento a carico di Abele Ricieri Ferrari.
Il fuggiasco apprese la notizia ed agguantò carta e penna, buttò giù alcune righe che rimangono tuttora clamorosamente vere di fronte ad ogni guerra, ad ogni condanna a morte:
- La notizia giunse fredda, cinica, inesorabile… Condannato a morte! Ma come?! Condannato a morte! Ma per cosa? Per ordine di chi? Chi ha il diritto di uccidermi? Lo Stato? La Società? L'Umanità? Guardai gli uomini proprio giù dentro l'anima. Volli vederne l'intima verità. Molti plaudirono, altri furono indifferenti. Pochi, pochissimi, piansero. Ma coloro che piansero, non piansero per solidarietà, per amicizia, per umanità. No: piansero per un'altra cosa. Ero solo. Solo colla morte! E pure era bella la vita. Bella, bella!.
Non riuscirono a catturarlo, Novatore. Il suo vecchio amico Auro raccontò in seguito che si arrivarono ad organizzare, tra Liguria ed Emilia, battute di caccia formate anche da centocinquanta armati intenti a perquisire casolari, pollai e fienili nel vano tentativo di scovare il “pericolosissimo bandito anarchico contro il quale avevano l'ordine di sparare a bruciapelo”.
Infatti, nonostante la guerra fosse finita e molti oppositori ritornavano al paesello natale dopo una lunga latitanza o dopo il confino, Novatore rimaneva irreperibile (anche se più vicino alla natale Arcola), armato di due precise pistole Mauser per l'autodifesa, impegnato a scrivere i suoi soliti articoli sprezzanti su Il Libertario, intento a tramare nelle notti senza luna misteriosi piani sovversivi. Proprio in quel periodo, sul finire del 1918, morì (probabilmente per malattia) uno dei suoi tre figli. Fu in quell'unica, tragica, occasione che Novatore abbandonò un attimo la sua proverbiale coerenza e corse a casa, sfidando soldati e polizia, per dare l'ultimo saluto alla piccola, pallida ed evidentemente amata salma del figlio. Storia commovente, quasi finzione scenica. Invece si trattava della vita reale di un uomo, una vita che in pochi comprendevano e che troppi volevano stroncare prima del tempo.
Nell'estate del 1919 scoppiarono in tutta Italia tumulti contro il carovita, la mancanza di lavoro, la fame. I sindacati erano in fermento ed in prima linea c'erano sempre gli anarchici; allo sfruttamento si rispondeva con lo sciopero, alla serrata padronale dello stabilimento si rispondeva con l'istituzione dei consigli operai di fabbrica e l'autogestione, alla violenza si rispondeva con la violenza. Su molte bocche, nelle piazze, serpeggiava la parola d'ordine “fare come in Russia” con evidente riferimento alla rivoluzione attuata dai bolscevichi di Lenin due anni prima. Novatore, che non poteva sopportare sindacalisti, socialisti e comunisti, decise senza pensarci troppo di unirsi a quelle prime scintille di rivolta perché, se anche il suo sogno non era riformare la società ma vederla scomparire per sempre dal mondo, un eventuale abbattimento dell'ordine costituito non poteva che provocargli un felice orgasmo sensoriale.
Nel maggio '19 La Spezia cadeva simbolicamente (ma non troppo) nelle mani di un Comitato Rivoluzionario che riusciva a tenere testa agli sbirri ed a una spaventata borghesia. Novatore e un altro anarchico del luogo chiamato Dante Carnesecchi, erano impegnati come oratori itineranti della causa rivoluzionaria nelle varie cittadine che circondano la grande città portuale ligure. L'illusione durò sino a metà giugno, quando un massiccio e determinato intervento di truppe stroncò ogni ulteriore tentativo di rivolta. Per Novatore, già ricercato da lungo tempo, quell'ennesima fuga risultò fatale perché, anche a causa della denuncia alle autorità fatta da un contadino, il 31 giugno fu circondato da una cinquantina di carabinieri ed arrestato nei pressi di Sarzana. Condotto alle carceri di Livorno, in snervante attesa dell'esecuzione della condanna a morte ancora pendente, riuscì fortunatamente ad usufruire dell'amnistia generale, promulgata il 2 settembre di quell'anno, per i reati militari legati alla guerra appena conclusasi.
Novatore, scampato per un soffio alla morte, non scelse certo la via di una pensione forzata lontano dai casini o quella di una comune normalità operaia o contadina. Prese la penna e scrisse numerosi interventi sui giornali anarchici che preferiva e che solitamente lo ospitavano, su quelle pagine rivendicò la passione per l'azione diretta, la centralità che questa doveva avere nella vita di un rivoluzionario rispetto ai vuoti intellettualismi. Novatore si diceva anche scettico nei confronti della tanto incensata rivoluzione bolscevica in Russia, vedendo in quel progetto solo la sostituzione di uno Stato autoritario zarista con uno Stato autoritario comunista, quindi ancora sottomissione e schiavitù per il popolo e, come sappiamo, questo fu un pronostico quanto mai azzeccato.
Nel frattempo uno scritto del ribelle di Arcola apparso sull' Iconoclasta! e imbevuto di poetiche visioni, inneggiante ad un individualismo spinto all'estremo, all'amore per l'eccesso, per il peccato, per le prostitute e così via, provocava la dura reazione, sotto forma di intervento sul giornale, dell'anarchico Camillo Berneri che invece privilegiava l'anarcosindacalismo, la sollevazione delle folle armate, il comunismo libertario, la fiducia nelle scienze umanistiche ed una visione molto classica del ruolo della donna e dell'uomo, anche all'interno di un sistema libertario.
Ne seguì una piccola querelle che ben presto si inasprì nei toni trasformandosi in sfilza di insulti senza che nessuno riuscisse a prevalere, prima di venir stroncata dallo stesso direttore del giornale.
A quel punto la storia decise di concedere un'altra occasione agli eternamente indecisi rivoluzionari italiani.
Nel settembre 1920 il malcontento e la miseria, strascichi della Grande Guerra, erano all'apice. Questo sentimento di sfiducia reciproca tra proletariato e ceti medi era inoltre acuito dall'indifferenza e dal malgoverno della classe dirigente italiana. Grande irrequietezza regnava tra i lavoratori industriali che vedevano sempre più sminuito il loro ruolo sociale. I loro diritti, anziché aumentare, rimanevano cristallizzati in una situazione svantaggiata rispetto ai loro colleghi europei. I reduci di guerra erano avviliti dal pugno di mosche col quale il loro grande sforzo era stato ricompensato dal governo. La sinistra riformista e parlamentare temporeggiava invocando leggi e decreti, le parole di rivendicazione riecheggiavano e morivano nell'aria stagnante dell'aula parlamentare.
Il capitalismo in Italia non era riuscito a svilupparsi in un modo forte e intelligente (dal punto di vista padronale, ovviamente) come era stato per Inghilterra e Stati Uniti. Gli industriali e i banchieri statunitensi, in particolare, avevano tratto enormi guadagni dalla guerra riuscendo a sfruttare al meglio la situazione di crisi per lucrare ed azzerare le conquiste sindacali che gli industrial workers avevano guadagnato col sangue negli anni precedenti.
Tra gli imprenditori italiani, invece, prevaleva un atteggiamento egoista e bottegaio, avido di concessioni governative ma sempre pronto a frignare contro le sottane dello Stato alla minima scintilla proletaria.
Davanti all'occupazione di molte fabbriche del Nord Italia, all'istituzione di consigli operai autogestiti, alla formazione di “guardie rosse” armate per il presidio degli scioperi e per combattere la violenza sbirresca, imprenditori ed agrari decisero di trincerarsi dietro un muro di bastoni, coltelli e baionette. La strada verso il fascismo cominciava a spianarsi.
In quei giorni spasmodici poteva mancare, ancora una volta, Renzo Novatore?
Trent'anni, reduce da un ennesimo arresto per aver partecipato all'assalto ad una polveriera e ad una caserma della regia marina, Novatore si unì subito agli altri anarchici locali impegnati nelle sollevazioni, optando ancora una volta per concedere il suo aiuto alla causa popolare.
Il solito Pasquale Binazzi coordinava gli sforzi per espandere e tenere in vita l'occupazione generale delle fabbriche di La Spezia (avvenuta il 2 settembre 1920) organizzando comizi, assemblee e sistemi di comunicazione alternativi nella speranza che l'esproprio di qualche giorno si trasformasse in rivoluzione. Anche a Torino e Milano gli operai avevano cacciato i padroni fuori dai cancelli e sperimentavano per la prima volta l'autogestione, spronati dal sostegno di quei socialisti estremisti che ormai si chiamavano comunisti, e che parlavano per bocca di un certo Antonio Gramsci.
Renzo Novatore elaborò una coraggiosa strategia di insurrezione che prevedeva persino l'assalto organizzato ai fortini militari che cingevano La Spezia e la presa delle corazzate che galleggiavano minacciose nel golfo.
Naturalmente tutto svanì, tutto fallì.
Il movimento operaio, che aveva fatto dell'occupazione delle fabbriche il punto di partenza di una grandiosa rivoluzione, era nuovamente battuto e l'azione passava in mano alla borghesia e al governo che, scacciata la paura e lo smarrimento, tornavano all'assalto. L'ultima sfida era stata scioccamente persa, mentre l'orizzonte già si macchiava di tinte nere.
Ma di chi era la colpa? Confederazione Generale del Lavoro? Socialisti riformisti? Disorganizzazione e dispute interne al movimento, incapacità di coagulare la protesta in fabbrica e tramutarla in assalto militare a caserme e municipi?.
Queste domande per Novatore non avevano senso, non più. Era definitivamente persa in lui ogni traccia di fiducia nelle organizzazioni sindacali per quanto estremiste potessero essere, nelle cosiddette icone e leaders del movimento, nella sollevazione delle masse proletarie, nel prossimo e, verebbe da dire leggendolo, nell'Uomo. È in questo periodo che il nichilismo e l'individualismo di Novatore si estremizzano concretizzandosi in un rafforzamento della volontà che poneva l'Io personale al di sopra di tutto. Stabilì che nessuna “causa”, nessun rimorso, nessuna compassione l'avrebbero più ostacolato. Un periodo amaro quindi, fatto di frustrazione e disillusione. Abele decise di dedicarsi assieme a due amici (il concittadino militante Auro D'Arcola e il pittore futurista Giovanni Governato) alla realizzazione di una rivista anarchica di “ forza e bellezza ” che avrebbe accolto “ solamente l'opera di intelligenti spiriti liberissimi, scrittori ed artisti spregiudicati ”.
La rivista, chiamata “Vertice” ed uscita nell'aprile 1921, includeva alcuni articoli di Novatore, firmatosi con una serie di fantasiosi pseudonimi. Il tenore degli interventi era come al solito esplosivo e caratterizzato da argomentazioni politiche, comprendendo riflessioni sul significato dell'anarchia, dell'individualismo e della libertà dell'uomo, imperfetto, secondo l'autore, sia nell'inquadramento laico di cittadino, sia in quello cristiano di credente e seguace di Cristo. C'erano nelle sue parole i segni della delusione per l'occasione rivoluzionaria mancata nel biennio rosso, durante l'occupazione delle fabbriche.
Il foglio era completato da altri due scritti di carattere più artistico, in forma di racconto breve, uno dei quali portava il titolo “Il sogno della mia adolescenza” e rimane, tutt'oggi, un grande inno all'emancipazione femminile e all'indipendenza sentimentale.
Dopo l'uscita di quel primo ed ormai introvabile numero, del quale si ignora la diffusione e le impressioni del pubblico, Novatore decise di sospendere le pubblicazioni perché, riferisce sempre Auro d'Arcola, non riteneva ancora la rivista degna dei suoi autori.
Sempre in quel fecondo 1921 scrisse anche uno dei suoi pochi lavori artistici completi. In quell'opera dai contenuti prettamente politici, intitolata “Verso il nulla creatore”, troviamo tutto il livore dell'anarchico che lotta armi in pugno contro tutti gli “-ismi”, tutte le “-archie”, contro il cristianesimo e la ragion politica, in una contrapposizione netta e fatale tra questi concetti, definiti “fantasmi”, e la difesa della sacra individualità di ognuno di noi come valore primario che acquista una valenza, oltre che filosofica, anche politica.
La rilettura strafottente del primo conflitto mondiale, come metafora dell'idiozia umana e dell'uso strumentale della guerra fatto dalla borghesia nei confronti del proletariato, ci consegnano preziose pagine di antimilitarismo ed opposizione che, in epoca fascista, finiranno tragicamente nel dimenticatoio.
In questo libro riemergono tutti i temi che Novatore aveva sostenuto negli articoli precedentemente apparsi sulle riviste anarchiche, anche se maturati sotto il cocente sole della delusione. Sembra quasi che Novatore si fosse ritagliato un angolo di lucidità nella distesa arida ma feconda del suo stile nervoso e a tratti visionario. Una lucidità figlia del realismo, arrivata a contaminare quel poco di fiducia nel prossimo che ancora gli rimaneva. Novatore fu uno dei primi ad intravedere le sciagure che avrebbe causato l'imminente ed immonda copula tra vecchia borghesia spaurita e nuovo fascismo baldanzoso. Il mostro nascente sarebbe stato terribilmente autoritario e massificatore nel suo spietato militarismo. Novatore lo sapeva bene proprio perché aveva provato sulla sua pelle i subdoli espedienti usati da borghesia e socialisti per mirare al soffocamento delle individualità ribelli: il fascismo avrebbe potuto solo amplificare tutto ciò, grazie anche all'impotenza del mummificato Partito Socialista.
Fra le pagine di “Verso il nulla creatore” è marcata la convinzione dell'autore di stare vivendo un momento cruciale della storia italiana. Per questo Novatore scriveva spesso al plurale e al termine di ogni paragrafo, o quasi, incitava tutti i lettori ad unirsi alla schiera dei ribelli per scardinare un mondo che significava solo oppressione e schiavitù.
Ma perché quei continui appelli se Novatore aveva perso fiducia nelle “masse”?
Beh, probabilmente perché intendeva comunicare ai suoi lettori, generalmente collocati nella sinistra militante, che per definirsi sovversivi e rivoluzionari non bastava una tessera in tasca o partecipare attivamente agli scioperi e alle manifestazioni, bisognava agire e rispondere colpo su colpo ai prevaricatori anche con azioni individuali che, nella visione novatoriana, erano infinitamente meglio dell'attendismo dei politicanti e del qualunquismo della marmaglia.
Purtroppo anche questo poemetto, uscito in un periodo infausto per gli scritti dissidenti, finirà nell'oblio, salvo poi essere riesumato nel dopoguerra da alcuni anarchici siciliani che provvederanno alla ristampa e alla sua parziale diffusione.
Proprio in quei giorni le squadracce fasciste del Nord Italia si organizzavano e si collegavano tra loro: aumentavano gli episodi intimidatori, le bastonature e le visite notturne in casa altrui, durante le quali spesso ci scappava il morto.
Possiamo immaginare che in un momento collocabile tra gli ultimi mesi del '21 ed i primi del '22 Abele Ferrari si pose la domanda fatidica che avrebbe pregiudicato la sua stessa esistenza.
Aveva davanti due strade: cambiare pelle, abbandonare le convinzioni di una vita, gettare alle ortiche i libri e le parole amate, strapparsi gli abiti e indossare una divisa. Quella nera.
Oppure gettare le pistole, la penna e l'inchiostro, agguantare una valigia e la famiglia e scappare in Francia con molti altri compagni. Fuggire non per paura, ma per sopravvivere al mostro nascente, per sfuggire alla guerra, per aver ancora l'occasione di pungolare i tiranni con parole di dura critica, per poter ancora organizzare la rivolta.
Novatore non scelse nulla, o almeno nulla di tutto ciò. Nonostante alcune parti della sua filosofia presentassero punti di contatto con l'ideologia fascista (più nella forma d'espressione che nella reale sostanza), Novatore scelse ancora una volta la coerenza: decise di proseguire sulla sua strada, di procedere a testa alta tuffandosi nell'uragano incombente col sorriso beffardo dei superiori di spirito stampato in faccia, infischiandosene di tutti coloro che osservavano con lo sguardo inebetito le spacconerie delle squadracce a danno di operai e contadini.
Nella notte del 5 giugno del 1922 alcuni camions carichi di imbecilli arrancarono sino a Fresonara, la frazione di Arcola nella quale abitava Novatore. Certe cronache parlano di fascisti riunitisi all'ordine di qualche capoccia locale, altre invece ci riferiscono di regi poliziotti ben organizzati.
Il gruppo scese dagli automezzi con pessime intenzioni e cominciò a schiamazzare. Gli imbecilli impugnavano bastoni, spranghe, forse qualche fucile. Cominciarono a picchiare alla porta, la porta della casa di Abele Ricieri Ferrari. L'intenzione (o l'ordine) era quella di confiscare i pochi beni e le carte sovversive in possesso dell'anarchico ma soprattutto spaventarlo, spaventare la sua famiglia, fargli capire che nell'ordine futuro non ci sarebbe stato posto per quelli come lui.
Ad un tratto la risposta di Novatore, ma non una voce umana: qualche colpo di rivoltella dall'alto. Gli aggressori si misero in allarme, aumentarono la foga nel tentativo di abbattere la porta. Non sappiamo bene cosa successe ma è sicuro che alla fine almeno una bomba a mano modello S.I.P.E. volò giù dalla finestra, esplodendo e creando un ottimo diversivo per Novatore che scappò in fretta perdendosi nelle campagne circostanti.
Fu l'ultima volta che la famiglia lo vide, come il figlio Renzo Ferrari ricorderà dopo la guerra.
Novatore, fuggiasco e braccato, incompreso ed incattivito, comprese che la società lo aveva definitivamente rinnegato come lui, del resto, aveva da tempo rinnegato la società. In caso di cattura ormai non se la sarebbe più potuta cavare con una condanna blanda e con la condizionale.
Nessuna causa comune o rivoluzionaria lo avrebbe più attirato ed infatti non si aggregò alle eterogenee formazioni di Arditi del Popolo che fronteggiarono i fascisti e, come a Parma nell'agosto 1922, riuscirono anche a respingerne gli attacchi e le angherie.
Resta oggi solo un dubbio amaro quanto inutile: cosa sarebbe successo se il gesto di Novatore in risposta all'aggressione poliziesco-fascista fosse stato imitato da altre cento persone in Liguria, Toscana ed Emilia? Se altre persone avessero risposto alla forza con la forza in quelle prime avvisaglie di dittatura?
Nel giugno di quell'anno Novatore, vagabondo tra Appennino e basso Piemonte, si aggregò con modalità ancora misteriose alla banda di Sante Pollastro, classe 1899, famoso rapinatore di Novi Ligure di ispirazione anarchica e già allora ricercato dalla polizia.
Da quel momento le notizie si fanno scarsissime. Nessuna segnalazione della polizia, nessun contatto con la famiglia, nessun articolo inviato a qualche rivista.
Una ricostruzione fatta con brandelli di testimonianze scritte ed orali ha permesso di fare un po' di luce su quegli avvenimenti e tracciare una breve linea per seguire i movimenti di Novatore in quelli che erano ormai gli ultimi mesi della sua vita.
Il 14 luglio del 1922 (cioè trentanove giorni dopo l'assalto poliziesco-fascista alla sua casa) Renzo Novatore, Sante Pollastro ed altri due componenti della banda tendono un agguato nei pressi di Tortona al ragionier Achille Casalegno, cassiere della locale Banca Agricola Italiana, che stava percorrendo la strada con una borsa piena di denaro. Durante la colluttazione che seguì al tentativo di rapina, Novatore sparò un colpo con la sua arma uccidendo il ragionier Casalegno. Gli assalitori riuscirono poi a dileguarsi col bottino.
Questa versione dei fatti va accettata col beneficio del dubbio perché resa dal Pollastro stesso nel 1931 in sede di processo e non è da escludere che il bandito piemontese, davanti ai giudici, avesse attribuito l'omicidio al già defunto Novatore soltanto per difendere un complice che invece si trovava ancora in vita.
Tornando al 1922, invece, scopriamo che agli inizi di ottobre Novatore passò qualche giorno in una località ignota (presumibilmente tra Liguria e Piemonte) in compagnia dell'amico anarchico Erinne Vivani.
Sappiamo inoltre che, nel periodo che va da giugno a novembre, Novatore compose una poesia intitolata “Ballata crepuscolare – preludio sinfonico di DINAMITE”. Si tratta di un componimento estremamente triste, dal sapore amaro e carico di oscuri presagi. L'instancabile istinto ribelle appare frustrato, non c'è più traccia di quel famoso sorriso beffardo da portare sempre sulle labbra. Novatore concluse quella lirica struggente e pesante con un riferimento alla necessità, da parte sua, di colpire (senza specificare come) e con queste parole sinistramente esplicite: “ Io sono un astro che volge verso un tramonto tragico ”. Tutta questa drammaticità aleggiante ci fa collocare, in mancanza di date sicure, questo componimento negli ultimi giorni di vita di Novatore.
Poi ancora buio, buio pesto sino al 29 novembre.
Il triste epilogo si svolse a Teglia, una frazione alle porte di Genova. Tra mezzogiorno e l'una il maresciallo Lupano (da tempo sulle tracce del bandito Pollastro), assieme ai carabinieri Corbella e Marchetti, entrarono in abiti civili nell'Osteria della Salute, piena di avventori. Ad un tavolo sedevano il pregiudicato ventitreenne Sante Pollastro, ricercato per rapina, ed un individuo sconosciuto. Mentre i carabinieri fingevano di prendere posto, preparandosi in realtà all'arresto, Pollastro si accorse dei loro gesti sospetti ed impugnò una pistola, come fece anche il suo compagno. Probabilmente quest'ultimo aprì improvvisamente il fuoco sul maresciallo che cadde a terra, colpito gravemente. Lupano sparò a sua volta e morì, mentre gli altri due carabinieri si buttavano sui banditi: nell'osteria risuonarono altri terribili colpi. Sul pavimento rimasero il cadavere dell'amico di Pollastro e il corpo ferito del milite Corbella. Nella confusione Sante Pollastro riuscì ad infrangere una vetrata a rivoltellate e buttarsi con estrema agilità in strada, e su questa si dileguò in pochi attimi.
Si stilò subito un bilancio dello scontro, durato pochi attimi.
Maresciallo Lupano: morto.
Carabiniere Corbella: gravemente ferito.
Carabiniere Marchetti: illeso.
Compagno ignoto di Pollastro: morto.
Bandito Sante Pollastro: illeso e fuggitivo.
A parte il cordoglio ufficiale per i militari morti e l'imponente quanto inutile caccia all'uomo organizzata nei paraggi per stanare Pollastro, un'altra questione attirò l'attenzione degli inquirenti e dei cronisti di nera interessati al caso. L'identità del misterioso bandito ucciso. Nelle sue tasche erano state ritrovati, oltre a dei documenti intestati ad un certo Giovanni Governato, una pistola Browning, due caricatori di riserva, una bomba a mano ed un anello con spazio nascosto contenete una dose letale di cianuro.
Chi era questo tizio, così equipaggiato per uccidere ed uccidersi?
Mentre gli inquirenti indagavano per fornire un'identità al morto, nell'ambiente ormai clandestino degli anarchici circolavano già bigliettini che annunciavano di casolare in casolare, di tugurio in tugurio, la morte in circostanze violente di un certo compagno, uno dei più cari per gli amanti dell'azione diretta contro il sistema.
Le indagini scagionarono Giovanni Governato (sì, proprio il pittore futurista co-fondatore della rivista Vertice) e solo dopo pochi giorni si ebbe un nome per quel cadavere fornito di documenti falsi e sforacchiato dai proiettili dello Stato: Abele Ricieri Ferrari, militante anarchico individualista, già titolare di un corposo fascicolo presso le autorità, resosi irreperibile e ricercato dal giugno precedente.
Comunque, nell'ambiente ormai clandestino degli anarchici, la triste notizia era già diffusa: il grande compagno Renzo Novatore, il più ribelle, il più irriducibile era caduto con le armi in pugno dopo una breve lotta con alcuni servitori del regime di stato.
Chiarito il dubbio svaniva anche l'attenzione per Novatore da parte di giornalisti e sbirri, mentre su alcuni fogli libertari, tra cui L'Avvenire Anarchico e Il proletario , diversi anarchici e libertari resero commossi ed appassionati saluti ed elogi ad Abele Ferrari, a tutti noto come Renzo Novatore: polemista, scrittore, rivoluzionario, ribelle e bandito. Novatore era morto sul pavimento di un'osteria anonima, lontano dai clamori della battaglia, lontano dagli amici di lotta, lontano dalla donna in un qualche modo amata e dai figli.
Alla fine di quel disperato novembre 1922 si formava a Roma un Governo prevalentemente fascista, con il cavalier Benito Mussolini nelle provvisorie vesti di Presidente del Consiglio: era l'inizio della dittatura.
Di Novatore tutto andrà perso, tutto andrà distrutto negli anni del regime fascista. I compagni che, sparsi per il mondo o costretti nell'ombra in Italia, avrebbero potuto e voluto mantenerne vivo il ricordo ma non riuscirono appieno nell'impresa di riunire tutti gli scritti e le bozze del ribelle d'Arcola e tramandarne la breve e violenta vicenda umana.
Oggi qualcuno raccoglie ancora, instancabile, materiale e notizie su Renzo Novatore affinché la sua storia non scompaia. Perché al di là del bene e del male, Novatore, insieme a tutto quello che hanno rappresentato le sue parole e le sue azioni, rimane ancora davanti a noi con le armi in pugno e il sorriso sulla bocca, pronto a dirci come si può essere spietati ribelli senza mai perdere la poesia della vita.

 

 

Come la pensava
Brani scelti
Bibliografia / per saperne di più

 

 

 

 

 

 

 



Renzo Novatore, giovane dandy di provincia e teppista, in una foto del 1910 circa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



Un altro ritratto di Novatore. La data è ignota, ma il periodo potrebbe essere
quello della Prima Guerra Mondiale o immediatamente successivo.