Novatore: come la pensava
Abele Ferrari/Renzo Novatore si definiva con due parole: anarchico ed individualista.
Cosa intendeva dire?
Concezione anarchica di Novatore
Abele Ferrari, innanzi tutto, proclamava e sperimentava ogni giorno nella pratica della vita quotidiana il rifiuto di ogni autorità. È noto come negli anni il concetto di anarchia sia stato interpretato in decine di modi diversi, spesso associandolo ad altre dottrine (capitalismo, comunismo, sindacalismo ecc) col risultato di rendere sempre più oscuro il primo e più genuino significato di questa parola così evocativa e radicale. Diremo quindi che l'anarchia deve essere considerata una scelta intima e personale dell'individuo o, volendo usare le parole di Novatore, "un modo speciale di sentire la vita". L'anarchico, prima di essere militante di un qualsivoglia movimento o il teorico di un fantomatico divenire sociale, è una persona che ha posto la propria libertà fisica e spirituale oltre ogni Stato, ogni sistema di governo, ogni convenzione, ogni religione e insomma qualsiasi imposizione percepita come proveniente dall'alto di una gerarchia, di un re, di un presidente, di una camera di deputati, di un generale, di un papa o di un prete. Parliamo di un'inequivocabile negazione dell'autorità costituita da uomini per interferire nella vita di altri uomini, spesso senza nemmeno chiedere loro il permesso. Queste affermazioni sono così naturali e basilari per l'anarchico puro che egli non si preoccupa nemmeno di farvi seguire astruse considerazioni e trattati socio-economici, a lui basta sapere soltanto che l'anarchia realizzata non sarà assenza di ordine ma solo assenza di capi.
Affermava Novatore:
"Noi dobbiamo tendere il nostro sforzo a tramutare la rivoluzione che si avanza in "delitto anarchico", per spingere l'umanità al di là dello Stato, al di là del socialismo.
Verso l'Anarchia".
Purtroppo queste idee, che puntualmente suscitano sconcerto nella maggioranza della gente e compassione nei militanti delle sinistre istituzionali, fanno sì che l'anarchico rimanga l'incarnazione lampante del più perfetto Don Chisciotte, del perenne contestatore e combattente incazzato col mondo, incapace di godere della vittoria elettorale di qualsiasi fazione o partito politico.
Sappiamo bene quanto Novatore se la sia presa non solo con borghesi e fascisti della prima ora, ma anche con i socialisti più o meno rivoluzionari che negli anni '10 del secolo scorso monopolizzavano ampie fasce del movimento operaio e contadino in lotta. Ciò che maggiormente impediva a Novatore di sposare la causa socialista era che lo scopo di quest'ultima era sì combattere lo Stato monarchico-parlamentare, ma solo per rimpiazzarlo, e i fatti dell'ottobre 1917 in Russia lo confermarono, con un altro sistema che per quanto meno autoritario ed ingiusto avrebbe sempre conservato una sua matrice burocratica, poliziesca, accentratrice e collettivista. Soprattutto quest'ultimo termine turbava Novatore, perchè celava la terribile colpa di voler soffocare in nome di un bene comune le preziose individualità degli spiriti più vivaci, artistici e spregiudicati.
Ed infatti, leggendo la sua opera "Verso il Nulla Creatore", scopriamo che Novatore in fondo approvava, ad esempio, l'abolizione della proprietà privata ma era sicuramente contrario alla massificazione del partito unico e della dittatura del proletariato:
"Bisogna che tutto ciò che si chiama "proprietà materiale", "proprietà privata", "proprietà esteriore" diventi per gli individui ciò che è il sole, la luce, il cielo, il mare, le stelle.
E ciò avverrà!
Avverà perchè noi - gli iconoclasti - la violenteremo!
Solo la ricchezza etica e spirituale è invulnerabile.
È vera proprietà dell'individuo. Il resto no!
Il resto è vulnerabile! E tutto ciò che è vulnerabile sarà vulnerato".
E ancora:
"Con Marx l'anima umana è discesa all'intestino".
Quindi, pur senza rifiutare ai socialisti la sua cooperazione attiva durante le agitazioni politiche e sindacali, il "nostro" ribelle affermò che anche un'ipotetica venuta della dittatura del proletariato in Italia lo avrebbe trovato sempre ai margini della società, pronto a negare i nuovi dogmi dei vincenti, se ritenuti ingiusti e lesivi delle sue sacre libertà personali. Niente e nessuno lo avrebbe mai convinto ad abbandonare il suo personale stile di vita che, come sappiamo, prevedeva anche l'esproprio, l'uso della forza ed il rifiuto del lavoro salariato.
Un piccolo confronto con la visione di Berneri
Possiamo rapidamente confrontare la concezione di anarchia sostenuta e praticata da Novatore con quella sostenuta e praticata da Camillo Berneri.
Berneri partecipò alla guerra civile che incendiò la Spagna dal 1936 al 1939, schierandosi dalla parte dell'anarcosindacalismo nella forma di comitati autogestiti di operai (il famoso pueblo unido) determinati nella conquista dell'officina prima, poi per l'abbattimento del sistema capitalistico, del parlamentarismo borghese e, finalmente, dello Stato. L'abissale distanza con l'esperienza e la teoria di Novatore non impedì comunque a Berneri di essere ucciso nel 1937, nei pressi di Barcellona, tramite esecuzione sommaria per mano di alcuni sicari sovietici: alla fine il suo auspicato comunismo libertario, smilitarizzato e non comandato da nessun partito centrale risultò indigesto ai sedicenti custodi della Rivoluzione, almeno quanto avrebbe potuto esserlo il banditismo ribelle di Abele Ferrari.
Collage individualista
Se in Novatore il sentimento anarchico fu innato e precoce, per quanto riguarda le convinzioni individualiste bisogna invece analizzare, almeno sommariamente, alcuni dei suoi autori preferiti, quei "vagabondi dello spirito" che partorirono idee così potenti da spingere un giovane figlio di contadini a muovere guerra al mondo intero.
Ma bisogna anche ricordare che per quanto Novatore potesse condividere ed apprezzare i ragionamenti e le tesi di un determinato filosofo o scrittore, egli non aderì mai ad una specifica scuola di pensiero, preferendo prendersi solo i passaggi che intimamente condivideva per valorizzarli al massimo, propagandandoli ogni giorno nella palese verità dell'azione diretta.
L'individualismo secondo Max Stirner
Questo pensatore tedesco (vero nome: Johann Caspar Schmidt), controverso e generalmente poco conosciuto, è spesso citato con rispetto e ammirazione negli scritti di Novatore, che infatti ha un grosso debito intellettuale con Stirner e più in particolare con la sua opera più nota.
Nel 1844 Max Stirner pubblicò "L'unico e la sua proprietà" che fu definito all'epoca geniale ma eccentrico da Feuerbach, suscitando anche forti critiche da parte di Marx ed Engels. Stirner afferma ne "L'Unico" che gli uomini sono guidati dal principio definito "di egoismo", il quale li spinge inevitabilmente a perseguire causa che rispetti il loro interesse personale.
Il problema, secondo Stirner, è che la causa assunta come fine ultimo da un gran numero di persone si traduce in ultima analisi nella causa di dio, dell'umanità, della verità, della filantropia, della libertà, della giustizia. Questi elementi finiscono inevitabilmente per monopolizzare la forza vitale del singolo, mortificandone lo spirito egocentrico originario.
Il pensatore tedesco invece degrada i valori sociali sopraccitati al rango di odiosi fantasmi da scacciare, da rifiutare in nome della sola causa per la quale valga davvero la pena combattere: l'unicità di ogni persona che abbia posto il proprio "Io" come meta suprema, riservandosi il diritto di pensare a se stesso come qualcosa di compiuto, con il suo carico originale e personale di azioni, scopi, fini, potenzialità ma anche di difetti ed errori.
Ecco alcuni esempi tipici del pensiero stirneriano, tratti da "L'unico e la sua proprietà" e utili per focalizzare meglio il nucleo del pensiero individualista che, come si noterà, ha qui molti punti di contatto con l'anarchismo:
"Per lo Stato è indispensabile che nessuno abbia una sua volontà; se uno l'avesse, lo Stato dovrebbe escluderlo, chiuderlo in carcere o metterlo al bando; se tutti avessero una volontà propria, farebbero piazza pulita dello Stato".
"Dio e l'umanità hanno fondato la loro causa su nulla, su null'altro che se stessi. Allo stesso modo io fondo allora la mia causa su me stesso, io che, al pari di Dio, sono il nulla di ogni altro, che sono il mio tutto, io che sono l'unico".
Gli aristocratici dello spirito secondo Friedrich Nietzsche
Novatore rimase molto impressionato dalle teorie di Nietzsche tanto da definirlo "il barbaro che impazzisce per insegnare agli uomini di superare se stessi". I passaggi preferiti furono soprattutto quelli dove si trattava dello spirito dionisiaco e del superomismo. Queste parole fanno oggi storcere il naso a molti libertari (sì, la puzza di D'Annunzio e fascismi vari è tanta) ma appunto la storia di Novatore ci dimostra il contrario, felice dimostrazione di come l'arma sia meno pericolosa di chi la impugna.
Nietzsche affermò che, da Socrate in poi, la cosiddetta civiltà occidentale cercò in tutti i modi di cancellare o mitigare la sua parte "dionisiaca", dipingendo con questo termine l'energia primordiale dell'esistenza, l'ebbrezza di piacere e di dolore, la caotica e istintiva ma anche insensata volontà di vita. L'uomo che comprende e ascolta la sua parte dionisiaca guarda a queste antiche ed innate virtù senza timore, anzi ne fa una bandiera da sventolare in faccia ai propri simili.
La negazione della volontà di vita si consolida col platonismo e trionfa col cristianesimo, imponendo il fittizio "mondo vero" e trascendente delle idee, della verità arbitraria degli uomini e di Dio. In un simile ambiente, l'ambiente perfetto per quelli che Nietzsche definisce il numeroso gregge dei deboli, coloro che aristocraticamente esaltano la forza, la sorridente gioia e il senso estetico ed artistico puro sono inevitabilmente isolati e spesso perseguitati.
Uno speciale e violento attacco il duro filosofo tedesco lo riserva proprio al cristianesimo, visto come "sistema della diffamazione e della mutilazione della vita" che ha santificato la sofferenza e avvelenato alla radice, colpevolizzandoli, tutti gli impulsi vitali.
Nietzsche sentiva che nella sua epoca (visse nella seconda metà del XIX secolo) i valori cresciuti nel lungo cammino di formazione della civiltà occidentale, gli stessi che negavano la parte "dionisiaca" dell'uomo, erano in realtà preda di un incontrollabile nichilismo.
Questo si manifestava soprattutto nel progressivo annientamento dei millenari sistemi di significati che reggevano la nostra esistenza, in una progressiva svalorizzazione delle antiche concezioni che culminò, per Nietzsche, nella famosa dichiarazione della "morte di Dio".
Ma il nichilismo non spaventa l'uomo nuovo, aristocratico dello spirito, trasfigurato dal superamento di ogni angoscia e scrupolo per la distruzione dei valori. Questo "superuomo" non è dunque il teorico della superiorità razziale o il conquistatore militare, ma colui che lotta affinché il destino del nichilismo si compia fino in fondo: solo così gli uomini nuovi riusciranno a liberare le forze affermative della vita godendo della pienezza dell'attimo"al di là del bene e del male", senza mirare ad un'ipotetica verità futura.
Altri autori
Se Stirner e Nietzsche furono la base filosofica sulla quale Novatore costruì il suo credo individualista, altri scrittori di narrativa confortarono il ribelle di Arcola nei momenti tristi della sua prima giovinezza.
Citiamo l'irlandese Oscar Wilde, con il suo umorismo tagliente, il suo spirito dandy e ribelle, il suo piacere per il gesto anticonformista ed offensivo nei confronti della morale comune.
Parliamo ad esempio del drammaturgo norvegese Henrik Ibsen e dell'idea centrale, presente in molti suoi drammi, del dovere imprescindibile che ha l'individuo verso se stesso, il dovere di realizzarsi affermando la propria natura contro le convenzioni, il voler restituire all'uomo il senso critico e creativo della vita.
In una delle opere più importanti di Ibsen, "Una casa di bambola", illustra benissimo la contraddizione tra individuo e società. Descrivendo la crisi morale del personaggio di Nora, l'autore afferma come l'individuo, prima o poi, si trovi a dover difendere la propria autenticità contro il conformismo e l'ipocrisia sociale che tentano costantemente di corromperlo.